Dunque in fin dei conti siamo come una tv con l'antenna sintonizzata sul canale preferito. C'e' la TV che mostra il calcio, un documentario, una soap, l'isola dei famosi...ma chi e' poi il soggetto, la tv con la sua antenna o il programma in onda nell'etere?
Ebbene, quando la tv si rompe, il segnale resta nell'etere. Senza segnale invece la tv non avrebbe neanche senso. Cioe' nell'universo c'è tutto e l'opposto di tutto insieme ad ogni infinitesima sfumatura tra i due estremi. E noi, in ogni identita' siamo quell'unica combinazione di frequenze nell'etere tradotte in un un aspetto, una fetta, una proiezione, una possibile lettura della realta'.
Non solo abbiamo un mero punto di vista ma nella nostra struttura mentale SIAMO un punto di vista della realta': una percezione. E una percezione "errata" in quanto inevitabilmente parziale.
Oltre la struttura mentale pero' non risiediamo neppure nel nostro volume spaziale. Come tutto il resto risiediamo fuori e ovunque perche' anche quando l'apparecchio ricevente si guasta, il segnale resta. E' come se in ogni istante la nostra essenza si incarnasse in ciò che 'decidiamo' di percepire (sempre erroneamente) in viaggio per l'universo.
Proprio cosi', i limiti dell'universo non sono lontani tra loro perché una volta l'univero era un punto e non ha mai smesso di restare insieme. L'identita allora e' una illusione da onorare si' ma che non e' al centro del nostro essere. Lo spazio curvo in cui ci manifestiamo e' parte dello stesso spazio che percepiamo come esterno per un limite necessario dei nostri 5 sensi. E non potrebbe essere altrimenti: e' l'unico modo per l'universo di affermare se stesso, di manifestarsi in tutte le sue possibili configurazioni nell'intento inevitabile di realizzarsi. Tutto questo e' immutabile, incorruttibile. Non conosce minacce. E' pace. Assenza di paura. Tutto questo non si puo' spiegare in maniera formalmente precisa ma lo si puo' conoscere. C'e chi questa conoscenza la chiama "amore".
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Thursday, 24 November 2011
Wednesday, 9 November 2011
Essere...
La verita’ e’ che nel momento in cui la mente smette di essere uno strumento di cio’ che siamo per diventare quel che siamo, si consuma una separazione. In senso cristiano il peccato originale e la cacciata di Adamo dal paradiso terrestre ne sono metafora. Ma il discorso non ha necessariamente bisogno degli schemi di una religione per essere improntato. Le religioni sono dei potenti segnali che puntano alla verita’. L’errore dell’uomo e’ quello di confondere cio’ che punta alla verita’ con la verita’. E’ questa la causa di distorsioni e fanatismi. In fin dei conti cio’ che siamo esiste in una dimensione che trascende la forma e dunque e’ impossibile descriverlo nella dialettica (che e’ per definizione un’espressione della forma). In questo senso non esiste descrizione corretta e da qui’ l’impossibilita’ dell’uomo immerso nella sua identificazione col raziocinio e le emozioni della mente, di considerare e conoscere la sua vera natura. Forse e’ questo che Albert Einstein intendeva quando famosamente disse: “i problemi non possono essere risolti al livello logico in cui sono stati creati” (o qualcosa di simile). Questa ne e’ l’estrema conseguenza in quanto non esiste un livello logico superiore che possa servire a conoscere l’essere. La mente, con il suo discorso incessante e ripetitivo nel quale ci identifichiamo, non e’ un mezzo per comprendere cio’ che siamo. Infatti la mente ne e’ l’obliterazione ed e’ solo attraverso la capacita’ di liberarsi dal rumore della mente che si puo’ conoscere (non comprendere) la propria essenza. Cio’ non significa negare la mente nella sua utilita’ o nelle sue meravigliose manipolazioni a livello della forma. Significa imparare ad usare la mente senza esserne dipendenti. E’ come dire: posso usare la mia mente ma non devo. Il concetto si ritrova pari pari nelle culture orientali del buddismo o nella cultura zen. Nel cristianesimo e’ l’estasi che alcuni raggiungono attraverso la preghiera. E’ cos’e’ altro la preghiera se non un mezzo per sopire la mente attraverso l’espressione mnemonica di una formula linguistica che attiene a quanto di piu’ lontano ci sia dalla realta’ tangibile della forma? Lo stesso dicasi dei mantra buddisti. Ci sono infatti studi sul ritmo cardiaco durante la preghiera che dimostrano come lo stato di preghiera profonda induca il grado di aritmia cardiaca ottimale (la frequenza cardiaca ha un elemento caotico che e’ fondamentale per la salute del sistema cardiocircolatorio). E’ insidioso introdurre un fattore temporale in quanto i contenuti della nostra mente sono il risultato della vita passata ma liberarsi di esse richiede solo un istante nel presente. Dunque, il primo passo negli schemi della forma verso l'essere (se proprio vogliamo fallacemente definire dei passi) e’ sospendere il proprio giudizio e trattenere l’ipotesi che sopire la mente e’ l’ingresso a questa dimensione che trascende la forma e che definisce il nostro essere.
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